LE STORIE DELLA CARITAS


Le persone supportate

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Dalla solitudine dei boschi alla comunità


M. era un imprenditore che ha visto il declino della sua azienda. Al disastro finanziario è seguito la separazione, le dipendenze, l’alcolismo. M. viveva in una tenda nei boschi da anni, isolato da tutti per tanto tempo.
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Cammino, fame, fatica: arrivi dalla Rotta Balcanica


B. è partito dal Pakistan 10 anni fa, in ogni tappa del suo viaggio si è dovuto fermare per qualche anno, per lavorare e mettere da parte i soldi necessari per proseguire il viaggio. Nel bosco innevato ha mangiato solo la neve per 7 giorni.

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Lunghi giorni in mezzo al mare


N. ha sempre lavorato, la sua vita era legata al mare e da tempo era un pescatore. Lavorava su una barca che vendeva il pescato prevalentemente ai ristoranti della città. L’arrivo della pandemia ha cambiato la rotta della sua vita.
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L’acuirsi della solitudine


S. è un uomo di 50 anni seguito dal centro di salute mentale e con una storia di dipendenze. La pandemia è stato un colpo di grazia, non poter uscire, non avere la possibilità di aderire ad alcune attività di gruppo, l’hanno reso più pigro e solo.

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Giovane, solo e tanta voglia di dire, di pensare, di fare


M. si è trovato in una condizione di sostanziale abbandono. È entrato nel progetto di Housing First poco prima dell’inizio della pandemia con tante aspettative, purtroppo inizialmente deluse a causa delle restrizioni.
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Gabriele, il significato di casa, passato e futuro


Gabriele e sua madre si sono spostati parecchio. Grazie al progetto “Housing First” ha trovato un posto da condividere con altre due persone. « In questo momento per me è abbastanza avere un riparo e le mie “cose”. »

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Una giovane mamma e una situazione abitativa difficile


Da quando è diventata madre, a causa di problemi di dipendenza nella famiglia d'origine, una giovane donna di 25 anni è andata a vivere con il figlio in una condizione di sovraffollamento.
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Separazione e vita per strada: la solitudine della dipendenza


Un uomo di 55 anni ha terminato la relazione con la moglie ed è finito solo e senza dimora, a vivere per la strada, a causa di una situazione di dipendenza da alcol.


Gli operatori



in tempo di pandemia

"Vista la situazione non è facile trovare lavoro, se fai vedere che c’è una possibilità, è un conforto… bisogna parlare, ascoltare, stimolarli per non farli sentire soli, far ritrovare loro l’autostima.”
“Una difficoltà? Gli incontri in videochiamata, è una fatica stare su zoom. Sei concentrato per tanto tempo e si perde tutta la dimensione paraverbale e non verbale.”
“Essere ascoltati è una cosa che manca a tanti.”
"Forte complicità, scambi di idee e di fatiche.”
“Nelle verifiche in modalità online, la conclusione amara per tutti i casi era: questo è impossibile… andiamo avanti. Per gli ospiti si creava una sorta di assopimento, non sapevano come fare per cambiare la situazione.”
“Arrivano ragazzi da tutte le parti, storie che non immagini. Cerchiamo di accoglierli nel miglior modo possibile. Vengono i medici volontari per aiutarli: camminano da settimane e hanno i piedi pieni di cisti, di ferite.”
“Distanza, mascherina non era facile capire… alcuni non sapevano della pandemia, non avevano notizie, non capivano se fosse reale. Ospiti di bassa soglia che vivono in strada da tanti anni… comprendere è stato un processo lento.”
“È dovuto cambiare molto il rapporto con gli ospiti, certamente irrigidendo specie con chi sembrava meno attento. Anche tra gli ospiti c’erano momenti di tensione perché disorientati, non capivano cosa stesse accadendo.”